Aids: Italia al tredicesimo posto in Europa per nuove diagnosi

30/08/2017 17:07:49
Nel 2015 sono state oltre 2 milioni nel mondo le nuove diagnosi da Hiv, di cui quasi 30mila in Europa. L'Italia, con un'incidenza del 5,7 per 100.000 abitanti, è al 13/mo posto rispetto agli altri Paesi dell'Europa occidentale. Lo segnala la Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione delle strategie per fronteggiare l'infezione da Hiv, pubblicata sul sito del ministero della Salute. Nel nostro paese l'incidenza più alta si è avuta nella regione Lazio, la più bassa in Calabria. Tuttavia, rileva la relazione, sebbene l'infezione da Hiv sia prevenibile con efficaci misure di sanità pubblica, continua a rappresentare un grave problema a livello globale e non solo. Tra le attività di informazione ed educazione svolte nel 2016, la relazione segnala l'illuminazione della sede del Ministero in occasione della Giornata mondiale dell'Aids con la scritta 'Stop aids', il finanziamento del Telefono verde Aids, e l'aggiornamento delle linee guida sull'uso dei farmaci antiretrovirali. Negli ultimi anni, continua la relazione, il numero di nuove diagnosi di infezione è rimasto stabile, ma sono comparse nuove problematiche. Anche se l'informazione in tema di Hiv è presente in termini essenziali nella popolazione, le conoscenze in molti ambiti specifici, in particolare della prevenzione, sono scarse, così come è limitato e insufficiente il ricorso spontaneo al test Hiv. Anche la popolazione che vive con Hiv e Aids è cambiata e si avvia a raggiungere un'età media superiore ai 50 anni. Sono circa 95mila le persone in trattamento permanente con i farmaci antiretrovirali. Per questo motivo è stato disegnato un nuovo piano di interventi, che ha tra i suoi obiettivi nuovi modelli intervento per ridurre il numero delle nuove infezioni, facilitare l'accesso al test, garantire a tutti l'accesso alle cure, migliorare lo stato di salute delle persone sieropositive e con aids, promuovere la lotta allo stigma, dimezzare i casi di diagnosi tardiva, e ridurre a meno del 5% l'anno la perdita di contatto con i pazienti seguiti dai centri. (ANSA)

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